 |
|
|
|
|
|
21.
Odisseas Elitis
Elegie
Meditazione
sulla morte da una parte e suo superamento
come dolore, assenza dall’altra:
queste sono in breve le due ultime raccolte
di Elitis Elegie di Oxòpetra
e A occidente del dolore, raccolte
in questo volume, due libri che toccano
soglie altissime di poesia.
Venerdì
sempre piovoso
Più vecchio del tempo quasi giacimento
doro, che cosa
Avrà mai brillato nel fango della
tua
mente
tanto che
Ora si fa visibile il mai inviato e
mai còlto
E senza età sono colori o odori
La tua vita dunque comincia, ecco:
Sabato domenica lunedì martedì
Ma celeste il più commovente,
mercoledì giovedì
Arriva il suono degli animali che
bevono già avanzati nelloro
Là un Dio miceneo appicca
Un incendio di bianca bellezza
dopo che se ne andarono gli Eroi
E i suoni arrivano intatti
Sabato domencia lunedì martedì
Flora celeste Medusa e Terra
Come un albero di fiori dentro le onde
Delle voci musicali lamore trema
Luno o il due che si perdono e
resta sospeso il vento
Prima che nella fornace si senta
il vermiglio
Sabato domenica lunedì martedì
Ma gli oracoli, mercoledì giovedì,
agiscono con largento di Maria
e conchiglie
La notte quando hanno via libera i sensi
E li credi leggi delluniverso
Qua e là la grande testa del
Sacerdote e poi
La campana della luna sulla cancellata
Epsilon iota alfa dallEternità.
(testo
originale a fronte)
|

21.
Odisseas Elitis
Elegie
a cura di Paola Maria Minucci
pp. 98, € 13,00
ristampa invariata: DISPONIBILe in libreria
da aprile 2009
|
|
Notizie
sull’autore:
Odisseas Elitis (pseudonimo di Alepudelis),
nacque a Iraklion (Creta), nel 1911,
da famiglia originaria dell’isola
di Lesbo. Soggiornò a lungo a
Parigi (una prima volta dal 1948 al
’52, una seconda dal 1969 al ’71),
dove entrò in contatto con i
maggiori animatori della vita culturale:
Breton, Eluard, Tzara, Ungaretti, Matisse,
Giacometti, Picasso. Ricoprì
incarichi di prestigio, come quello
di presidente dell’Ente radiofonico
greco, di membro dell’Unione internazionale
dei critici d’arte e di membro
della Société Européenne
de Culture, ottenne numerosi riconoscimenti
in Europa e negli Stati Uniti, e molte
lauree honoris causa dai piú
prestigiosi atenei del mondo. Nel 1979
fu insignito del Premio Nobel per la
Letteratura.
Raccolte poetiche: Orientamenti
(1940); Sole il Primo (1943);
Canto eroico e funebre per il sottotenente
caduto in Albania (1945); Dignum
est (1959); Sei rimorsi piú
uno per il cielo (1960); L’albero
di luce e la quattordicesima bellezza
(1971); Sole sovrano (1971);
Morte e resurrezione di Costantino
Paleòlogo (Parigi, 1971);
Monogramma (Bruxelles, 1971);
Gli R di amore (1972); I
fratellastri (1974); Maria
Nefeli (1978); Tre poesie sotto
bandiera ombra (1982); Diario
di un invisibile aprile (1984);
Piccolo marinaio (1985); Elegie
di Oxòpetra (1991); A
occidente del dolore (1995); Da
vicino (1998, postumo).
Scrisse anche importanti saggi autobiografici
o letterari, raccolti nei volumi Carte
scoperte (1975); Nel bianco
(1992); Il giardino degli inganni
(1995); 2 x 7 e (1996). Le
sue traduzioni (dalle opere di Saffo,
Ungaretti, Majakovskij, Eluard, Jouve,
Lorca) sono raccolte nel volume
Riscrittura.
È stato tradotto in tutte le
lingue europee, oltre che negli Stati
Uniti, in Giappone, in Israele. Del
solo Axion estí (Dignum
est) si contano decine di traduzioni
nelle principali lingue del mondo. Oltre
al presente volume (1997), Crocetti
ha pubblicato anche Diario di un
invisibile aprile (1990, in questa
collana, Lèkythos 12).
È morto ad Atene, nel 1996. |
|
|
|
| 22.
Nasos Vaghenàs
Vagabondaggi
di un non viaggiatore
Molti
dei componimenti poetici della generazione
del Settanta, caratterizzati da una
forte carica libertaria e politica,
per quanto toccanti e commoventi, appaiono
oggi irrimediabilmente datati. La poesia
di Vaghenàs, invece, nella sua
scarna essenzialità, resisite
con una giovinezza incontrastata: la
sua quotidianità cristallina
si contrappone, senza brusche fratture,
alla più recente poesia greca,
che sembra apprezzare un ritorno alla
parola evocatrice, all’equilibrio
formale e alla compostezza esteriore.
Con la sua poesia distillata Vaghenàs
ha anticipato il gusto per il suono
e per il simbolo grafico, attraverso
un percorso di parole che è un
abile intarsio di immagini concrete
su un piano ideale.
La sua poesia è un’esperienza
reale, fatta di ricordi che emergono
da un passato inesplorabile e di suggestioni
provocate da oggetti comuni. La poesia
di Vaghenàs segue un metro interiore:
“la poesia nasce in bocca”.
Studio di morte II
La morte ogni tanto dice: per fortuna
siamo arrivati fin qui.
E tira fuori un fazzoletto sporco e
si asciuga.
Dalla tasca le cade una banconota.
La trova un bambino e si compra i dolci.
La trova una ragazza e si compra un
vestito.
La trova un pazzo e si compra il cielo.
La trova un saggio e la ridà
alla morte.
(testo originale a fronte)
|

22.
Nasos Vaghenàs
Vagabondaggi
di un non viaggiatore
a cura di Caterina Carpinato
pp. 92, € 12,39
|
|
Notizie
sull’autore:
Nasos Vaghenàs è
nato a Drama (nella Grecia settentrionale)
nel 1945. Ha esordito nel 1974 con la
raccolta Campo di Marte, a
cui hanno fatto seguito: Biografia
(1978); Le ginocchia di Roxane (1981);
Vagabondaggi di un non viaggiatore
(1986); La caduta dell’uomo
in volo (1989); Odi barbare
(1992). È autore di importanti
saggi di teoria letteraria e sulla traduzione
(La veste della dea, 1988;
Poesia e traduzione, 1989),
e di studi sui maggiori autori della
letteratura greca contemporanea (tra
i quali si ricorda Il poeta e il
ballerino, 1979, sulla poesia di
Seferis). È stato tradotto in
numerose lingue. In Italiano: Vagabondaggi
di un non viaggiatore, a cura di
Caterina Carpinato (Crocetti Editore
1997).
|
|
|
|
| 23.
Cees Nooteboom
Autoritratto
di un altro
In
questo volume Cees Nooteboom, uno dei
maggiori esponenti della letteratura
olandese contemporanea, traccia un percorso
letterario che si snoda attraverso trentatré
prose poetiche. Sono descrizioni, miniature,
ritratti, paesaggi, che l’autore
definisce con uno stile ricco e variegato:
alcuni “luoghi della mente”
potrebbero ricordare gli enigmatici
quadri di un moderno Bosch (“alte
muraglie coperte di piante farfalla”,
“sopra la cattedrale, dove solo
un’ora prima stava nuotando insieme
agli altri pesci, galleggiano plastica,
meduse, alghe nere e schiuma color cenere”);
altri le tele di Bruegel il Vecchio
(“ora la pelle è rugosa
e secca, come quella delle lucertole”),
altri ancora immagini tratte dalla “pittura
nera” di Goya. Il filo conduttore
dell’opera è la ricerca
di una definizione “altra”
dell’esistenza, che si compie
sia nella quotidianità sia nella
trasfigurazione estrema della morte
(di quella altrui e, di riflesso, della
propria). Nooteboom, autore visionario,
è capace di andare al di là
della scorza della realtà, di
attraversare e fare proprio il guscio
delle cose e della materia inerte. Le
sue riflessioni danno particolare rilievo
alla “materialità”,
agli oggetti inermi che popolano un
mondo fatto di gesti muti, paesaggi
assorti forse in attesa di un’inondazione
di luce: “la trasmigrazione delle
anime non avviene dopo, ma durante la
vita”.
II
Quando
è da solo, la folla è
per lui un enigma; quando è tra
gli altri non conosce più se
stesso. Chi sono quelli? Conosce la
propria maschera? A volte, in treno
o sul marciapiede, sotto i grattacieli,
dà loro dei nomi. Li accompagna
alle loro case, si stende nei loro letti
carnivori, cucina sui loro sudici fornelli,
fa l’amore con i loro corpi, posseduto
dall’amore. Poi vengono loro a
fargli visita nelle sue camere numerate,
i volti sempre diversi pieni di labbra
affettuose, le valigie piene di sessi
e di denti. Fragili e potenti hanno
lasciato le loro case e si annidano
nei suoi sogni ritrosi. Alati Troni
e Potenza, dominatori di carne figurata.
(testo
originale a fronte)
|

23.
Cees Nooteboom
Autoritratto
di un altro
trad. di Fulvio Ferrari
pp. 76, € 11,88
|
|
Notizie
sull’autore:
Cees Nooteboom, nato all’Aia nel
1933, autore di romanzi, saggi, poesie,
libri di viaggio e opere teatrali, si
è imposto all’attenzione
internazionale con Il canto dell’essere
e dell’apparire e con Rituali,
entrambi pubblicati in Italia da Iperborea.
|
|
|
|
| 24.
Manolis
Anaghnostakis
Poesie
Manolis
Anaghnostakis è una delle figure
più significative della cosiddetta
“prima generazione poetica della
Grecia del dopoguerra”, maturata
precocemente negli anni dell’occupazione
nazifascista e segnata traumaticamente
dagli orrori e dalla miseria morale
della guerra civile. Si capisce allora
come i poeti della generazione di Anaghnostakis
appaiano, al di là delle diversità
di temperamenti e propositi, di scelte
di vita e di linguaggio, sopraffatti
dalle sciagure del loro tempo; la loro
coscienza è aperta in maniera
preponderante all’esperienza storica
e tende a esprimere un pathos collettivo,
tanto che nei suoi diversi rappresentanti
(da Kiru a Katsaròs, da Sachturis
a Sinòpulos, da Livaditis a Dallas)
il termine “generazione”
ricorre con insistenza come sinonimo
di esperienza collettiva, come simbolo
della comune tragedia che ha segnato
il loro destino. Esemplare appare, al
riguardo, l’esperienza di Anaghnostakis,
che, con la sua vita e la sua opera,
ha segnato il volto di un’intera
epoca, distinguendosi per la sua altissima
tempra morale e la profonda originalità
della sua esperienza creativa.
I
passi cadenzati...
I passi cadenzati sulle umide lastre
di pietra
– i rintocchi dell’orologio
nell’ora inappellabile –
Voci dietro il ricordo di brevi attimi
di gioia
Le lettere invano incise sui muri
Oltre domattina non c’è
più niente
Neppure per l’illecita gioia di
un’illusione
Ritorno a un vuoto senza sbocco
Senza neppure un semplice indugio dell’ora
irrevocabile.
(testo originale a fronte)
|

24.
Manolis
Anaghnostakis
Poesie
a
cura di Vincenzo Orsina
pp. 240, € 20,14
ESAURITO
(prevista ristampa)
|
|
Notizie
sull’autore:
Manolis
Anaghnostakis è nato a Salonicco
nel 1925. Dopo avere studiato medicina,
si è specializzato in radiologia
a Vienna. Dopo la guerra civile, fu
incarcerato dal 1948 al 1951 a causa
della sua militanza comunista. Nel 1949
fu anche condannato a morte dal tribunale
militare per il ruolo politico svolto
nel movimento studentesco dell’Università
di Salonicco, ma la pena fu poi sospesa.
Ha pubblicato le seguenti raccolte:
Stagioni I (1945); Stagioni
II (1948); Stagioni III (1951);
Continuazione (1954); Poesie
(1941-’56; includono Parentesi
e Continuazione II); Continuazione
III (1962); Il bersaglio (1970);
P.S. (1983). Ha collaborato
con numerose riviste culturali. Di una
di queste, “Critica”, fu
anche editore e direttore. Le sue poesie
sono state tradotte in italiano, francese,
tedesco, inglese.
|
|
|
|
| 25.
Rainer
Maria Rilke
Elegie
duinesi
Occuparsi
di Rilke sembra essere diventata negli
ultimi trent’anni una vera e propria
mania. Ma questa di Maria Grazia Marzot
non è l’ennesima traduzione
del poeta austriaco; è invece
la prima vera traduzione delle Elegie
duinesi. Grazie ad un lavoro attento
e meticoloso, infatti, anche per il
lettore italiano i versi di Rilke cessano
di essere una cosa “straniera”,
un’opera con cui il confronto
si sa essere in partenza duro e faticoso.
Quello che rende questa versione magistrale
è, paradossalmente, Rilke stesso.
Egli usava parole semplici. La traduttrice
ha rispettato tale semplicità
senza adeguarsi all’idioma lirico
corrente che molto spesso sacrifica
la linearità all’autocompiacimento.
Per arrivare a rendere tale fluidità,
Maria Grazia Marzot si è accostata
alla complessa intensità dell’opera
liberandola – proprio come fa
lo scultore – da ciò che
è duro e opaco.
La
decima Elegia
Che
un giorno, uscendo dalla terribile visione,
io canti gloria con gioia ad angeli
accoglienti.
Che nessuno dei netti, martellanti battiti
del cuore
cada su corde deboli, incerte o sul
punto di spezzarsi.
Che il mio viso inondato
mi renda piú splendente; che
la banalità del pianto
fiorisca. Come mi sarete care, allora,
notti angosciose. Vi avessi sopportato
piú in ginocchio,
sorelle
sconsolate, mi fossi abbandonato di
piú
nei vostri capelli disciolti. Noi, scialacquatori
di sofferenze.
Impegnati come siamo a indovinarne,
nella triste durata,
la possibile fine. Eppure
sono il nostro fogliame invernale, il
nostro sempreverde
piú buio,
uno dei tempi del nostro anno segreto
–, non solo
tempo –, ma luogo, sede, rifugio,
terreno, dimora.
Ma come sono estranei i vicoli della
Città-Dolore,
dove, nel falso silenzio creato dal
frastuono,
impetuosa, dalla forma del vuoto, la
colata
rintrona: il rumore dorato, il monumento
che esplode.
Come calpesterebbe senza lasciar traccia
un angelo il loro
mercato
di consolazione, che la chiesa, le sue
mercanzie belle
e pronte, delimita:
pulita, delusa e chiusa come un ufficio
postale la domenica.
Fuori, però, i bordi sono sempre
agitati dalla fiera.
Altalene di libertà! Acrobati
e giocolieri del fervore!
E l’iconico banco di felicità
imbellita del tiro a segno,
dove il bersaglio sbatacchia e si rivela
vuoto, di latta,
quando uno piú abile fa centro.
Dall’applauso al caso,
barcolla e va avanti, con le baracche
di ogni curiosità
che invitano, sbraitano e battono il
tamburo. Ma per adulti
c’è qualcosa di speciale
da vedere, come il denaro
si moltiplica, anatomicamente,
non solo per divertimento: l’aspetto
sessuale del denaro,
tutto, per intero, la procedura –,
è istruttivo e fa produrre…
… Ma proprio là fuori,
dietro l’ultima palizzata, coperta
con la pubblicità
della “Todlos”,
quella birra amara, che pare dolce a
chi la beve,
fi nché ci mastica sopra nuove
distrazioni…,
proprio sul retro della palizzata, proprio
là dietro,
c’è il reale.
Bambini giocano, e innamorati si tengono
stretti –,
in disparte,
seri, sull’erba grama, e cani
agiscono secondo natura.
Ma il giovane viene attirato ancora
piú in là; forse ama
una giovane Lamento… Va dietro
a lei nei prati. Lei dice:
– Lontano. Noi abitiamo là
fuori… Dove? E il giovane
la segue. È colpito dal suo portamento.
Le spalle, il collo –,
forse
è di stirpe nobile. Ma poi la
lascia, torna indietro,
si volta, fa un cenno… A che serve?
È un Lamento.
Solo i morti giovani, nel primo stadio
di serenità senza tempo, quello
dello svezzamento,
la seguono con amore. Lei aspetta
le giovani e se ne fa amica. Pacatamente
mostra loro ciò che porta. Perle
di dolore e squisiti
veli
di pazienza –. Coi giovani cammina
in silenzio.
Ma là, dove vivono, nella valle,
una dei Lamenti, un’anziana,
risponde alla domanda del giovane: –
Eravamo,
dice, una grande stirpe, una volta,
noi Lamenti. I padri
lavoravano nelle miniere, lassú
in alto, in montagna; tra
gli uomini
trovi talvolta un pezzo di dolore primordiale
levigato
o, da un antico vulcano, un frammento
di collera fossile.
Sí, è da là che
venne. Allora eravamo ricchi –.
E lo guida lieve attraverso l’immenso
territorio dei Lamenti,
gli mostra le colonne dei templi e le
rovine
di quei castelli dai quali un tempo
i príncipi-Lamenti
governarono saggiamente il Paese. Gli
mostra i grandi
alberi di lacrime e i campi fioriti
di malinconia,
(i vivi li conoscono solo come tenera
verzura);
gli mostra gli animali della tristezza,
che pascolano, –
e talvolta
un uccello spaventato, volando radente
attraverso il loro
sguardo levato,
traccia in lontananza l’immagine
scritta del suo grido
solitario –.
Di sera lo conduce verso le tombe, dagli
antenati
della stirpe dei Lamenti: le sibille
e i profeti.
Ma come si fa notte camminano piú
piano, e presto
luneggia in alto quel sepolcro che veglia
sopra ogni cosa. Fratello di quello
sul Nilo,
la grandiosa sfinge –: il volto
delle camere segrete.
E li riempie di meraviglia quella testa
regale che per sempre,
in silenzio, ha posto la faccia umana
sulla bilancia delle stelle.
Ancora
disorientato per la morte recente, i
suoi occhi
non lo colgono. Ma lo sguardo di lei
spaventa la civetta da dietro il bordo
dello pschent.
E lentamente, di striscio, sfiorando
la guancia,
quella piú morbidamente rotonda,
l’uccello
traccia lievemente nel nuovo
udito dei morti, su una doppia
pagina spalancata, l’indescrivibile
contorno.
E piú in alto, le stelle. Nuove.
Le stelle del paese del dolore.
Lentamente l’anziana Lamento le
nomina: – Qui,
vedi: il Cavaliere, il Bordone, e quella
costellazione piú fitta
la chiamano Ghirlanda di Frutta. Poi,
piú lontano, verso
il polo:
Culla; Via; il Libro Ardente; Burattino;
Finestra.
Ma nel cielo meridionale, pura come
sul palmo
d’una mano benedetta, risplende
chiara la “M”,
che significa madri… –
E tuttavia il morto deve proseguire,
e silenziosamente
l’anziana Lamento lo conduce fino
alla gola della valle,
dove luccica nel chiarore lunare:
la fonte della gioia. Ne pronuncia il
nome
con rispetto, e dice –: Tra gli
esseri umani
è una corrente che sostiene –.
Sono ai piedi della montagna.
E là lo abbraccia, piangendo.
Da solo, continua a salire, tra i monti
del dolore primordiale.
E neppure l’eco dei suoi passi
risuona dal destino senza
suono.
Ma
dovessero risvegliare per noi, i morti
senza fine,
un’immagine,
vedi, indicherebbero forse gli amenti
dei nocciòli spogli, che pendono,
o forse
anche la pioggia che cade a primavera
sulla terra nera –.
E noi, che pensiamo alla felicità
come a qualcosa che sale, sentiremmo
l’emozione, che quasi ci sgomenta,
di quando una cosa felice cade.
(testo originale a fronte)
|

25.
Rainer
Maria Rilke
Elegie
duinesi
trad. di Maria Grazia Marzot
pp. 86, € 12,00
ristampa invariata: disponibilE in libreria
da maggio 2009
|
|
Notizie
sull’autore:
Rainer Maria Rilke
nacque a Praga il 4 dicembre 1875, e
morì a Valmont (Montreux, Svizzera)
il 29 dicembre 1926. Per ammissione
dello stesso poeta, gli anni dell’infanzia
e dell’adolescenza – fondamentali
per la sua formazione umana e poetica
– non furono anni felici. I genitori
si separarono presto: il padre, ex militare
e funzionario di una compagnia feroviaria,
la madre, fustrata nelle sue ambizioni
mondane e culturali dal modesto livello
del ménage familiare.
Rainer sarebbe dovuto diventare quell’ufficiale
di successo dell’esercito dell’impero
che il padre non era riuscito a essere
e fu inviato a undici anni (1886) all’accademia
militare di Sankt-Pölten presso
Vienna, dove trascorse quattro anni,
che ricordò sempre con avversione,
come un periodo di brutalità
e intimo isolamento. Allontanatosi nel
1891, dopo due anni di studi commerciali
a Linz, tornò a Praga deciso
a concludere i suoi studi liceali. Incoraggiato
dalla madre, coltivò la sua vocazione
letteraria, della quale aveva una forte
consapevolezza. Di Rilke Crocetti
Editore ha pubblicato, oltre al presente
volume: Poesie francesi (1989,
in questa collana, Lèkythos 7)
e Le più belle poesie
(1996, collana Omicron 11).
|
|
|
|
|
|
CROCETTI EDITORE
Via E. Falck, 53 - 20151 Milano
tel. +39 02 3538277
Ufficio stampa Fabrizio addettostampa71@tiscali.it
|
|